Perdersi nel labirinto più grande del mondo e sentirsi a casa: viaggio a Fès

Ero stata in Marocco almeno sei volte, e non sempre nelle mete turistiche. Dopo Marrakesh e la valle del Draa con le oasi nel deserto, mi ero spinta fino a Dakhla, una terra ai confini del Regno, frequentata da chi fa kytesurf o da camperisti in pensione (visto che da quelle parti ci si può fermare, per sostare, liberamente). Ma avevo sempre sentito parlare così bene di Fès, la capitale spirituale del Marocco e culla della sua civiltà fin dall’VIII secolo, che mi dispiaceva troppo non averne mai conosciuto l’autenticità.

Stiamo parlando di un labirinto fatto di oltre 9mila vicoli solo nella medina, la parte antica Patrimonio dell’Umanità Unesco, abbandonata fino agli anni ’90 e capace, oggi, di incantare i visitatori.

Grazie a un importante intervento di restauro delle scuole coraniche, delle moschee e delle fontane, tutto è stato magistralmente recuperato, per ridare lustro a incantevoli mosaici e intarsi di legno.

 

 

Sapere che Fès, nonostante il volo di Air Arabia ogni martedì da Roma, fosse poco turistica, mi aveva ancora di più incuriosito. Il fascino che esercitava ai miei occhi dipendeva poi dal fatto di ospitare il festival di musica sacra a fine giugno. Uno spettacolo di parole e note condite di spiritualità, un aspetto molto caro ai Sagittario come me …

È stato proprio a ridosso della manifestazione che ho finalmente preso il volo per Fès insieme al mio fido fotografo Ale Di Blasio (le immagini che vedrete sono tutte scattate da lui), atterrando due ore dopo nel posto che da qualche anno era in cima alla mia “travel bucket list”.

 

 

Mi sono sentita felice già quando, ad alta quota, intravedevo quella fittissima parte antica che avevo sempre sperato di esplorare.

Perché il Marocco è lei: la sua medina, con i minareti e i muezzin, i mercati di artigiani e i tramonti, che ammiri mentre sorseggi da un tetto di un riad del dolcissimo tè alla menta.

 

Vi confido una cosa: il silenzio che vi assale fino quasi a schiacciarvi per la gente del posto un po’ schiva verso i forestieri che si aggirano tra i vicoli, resta un lontano ricordo se da parte vostra offrirete voi per primi un sorriso, o anche solo un “salam”. Questa parolina magica che in arabo equivale al saluto (ma va benissimo anche un più formale “assalamu aleikum”), vi farà subito sentire a casa.

Se poi, come me, rimarrete in città da martedì al martedì dopo, alla fine avrete imparato a muovervi senza perdervi nel labirinto della medina, a sentirvi a vostro agio in quei quattro o cinque posti che vorrete frequentare più volte, a mangiare come i locali e a intrattenervi con loro (con quelle quattro parole che avrete conosciuto).

Personalmente, posso dirvi che la vacanza, in questo modo, assumerà tutto un altro sapore e tornerete a casa sognando (e per diversi giorni) di trascorrere ancora le notti nel riad filosofeggiando sulla vita a bordo fontana; o in quel terrazzo che per voi “è il tetto del mondo”, perché da lassù sembra quasi che si riescano a prendere le stelle.

Poi ripenserete a quanto è stato buffo, se non siete gattari dentro, ritrovarvi l’ultimo giorno del viaggio a sfamare angolo dopo angolo i gattini di Fès, così mansueti e malandati; e rivivrete l’emozione di quando siete entrati nel primo asilo pubblico di Fès, dove alle pareti c’erano i disegni di Biancaneve con le scritte in arabo, e al piano terra la fontana di maioliche, le aule e il grande cortile interno (tipico della bellissima casa antica che accoglie la scuola) con il tetto aperto, affinché si resti sempre connessi con il “cielo”.

Risentirete infine il sussulto della vostra guida che, nella medina, vi ha aperto le porte della sua vecchia casa, oggi una guesthouse che conserva tutti i ricordi della sua infanzia, anche negli arredi. E imparerete tante cose: la mano di Fatima in ferro battuto sul portone – a Fès si nota in diverse abitazioni – indica protezione per chi ci abita.

Ancora: il balcone ermetico e semicircolare di legno della cucina all’esterno di qualche palazzo, era usato un tempo dalle donne per guardare fuori senza essere viste, in particolare per controllare chi bussava e i bambini mentre giocavano.

 

Sul tetto, si incontreranno delle donne riunite per cucire insieme, dei bambini che saltano da un terrazzino all’altro per giocare e si vedranno dei grandi nidi di cicogne. Sono le benvenute in casa, perché vengono considerate degli animali portafortuna. Intanto, da sotto, si sentono gli asini che ragliano e che attraversano la medina.

Nella medina di Fès, dove gli asini carichi di spazzatura ragliano vicolo dopo vicolo (le auto non hanno accesso e i cavalli sono considerati nobili da arabi e berberi), il cuore pulsa fin dalla mattina presto…

A uscire per primi sono i bambini che, come in passato, danno una mano: c’è chi compra il pane, chi le uova, chi si carica di bottiglie vuote e le riempie alla fontana.

Nel periodo che ho visitato la città, le scuole infatti erano chiuse. E non c’è stata serata più bella, durante la mia permanenza, di quella trascorsa in una piazza ai margini della città, seduta sui gradoni insieme ai bambini incuriositi dalla mia presenza.

Ma anche ostinati bonariamente a scoprire il mio nome, a farmi sentire a casa con i loro dolci sorrisi e a strapparmi più applausi possibili per le loro sfrecciate sui monopattini o sulle bicilette. D’altronde, donne e pargoli, la sera nella medina di Fès, escono di casa per godersi il fresco (non avendo i condizionatori) e l’atmosfera si anima presto di una bella allegria.

 

Non c’è esperienza di viaggio più appagante dello scambio interpersonale (almeno per me), e questo la città lo sa garantire. Non scorderò mai quando quel gentile e garbato affascinante signore della bottega del tè, alla quarta volta che mi sono “imposta” da cliente per assistere al rituale della preparazione della bevanda (proprio come si faceva un tempo), mi ha fatto un cenno e mi ha invitato a seguirlo.

Dove? Non ne avevo idea. Ma mi sono lasciata guidare. Insieme, abbiamo servito al vicolo accanto quattro tazze del suo tè a dei signori che si stavano sfidando su strada comodamente seduti all’ombra di un grande albero a un gioco da tavolo. Ecco, vi ricordate quel silenzio di cui vi parlavo prima? Lì si è interrotto quello del mio viaggio. Le persone – vedendomi accanto al loro amico – mi hanno iniziato a salutare e a dare il benvenuto, tra sorrisi e sguardi di benvenuto. E lui altroché se mi presentava come sua amica… Ah Fès! Quanti ricordi. E quanto mi manchi…

Insomma è chiaro che questa città più delle altre mi sia davvero entrata dentro. Ma non poteva andare diversamente. Ecco perché…

 

Partiamo dal luogo che mi ha regalato notti magiche: il Riad El Amine

Se per vedere le luci dei minareti che si accendono al tramonto c’è il panoramico hotel Les Mérinides, per sentirsi a casa rifugiandosi tra le sue raffinate mura il posto da scegliere è solo uno: il Riad El Amine. La dimora, appena varcata la soglia dell’ingresso, è dominata da un’elegante fontana, tipica delle abitazioni moresche. Sul cortile interno che la ospita convergono sale ricche di mosaici e intarsi di legno, come anche i balconi su cui affacciano le stanze. La sensazione che si respira al riad è quella di ritrovarsi in una casa quasi centenaria che ha un’anima, pacifica e autentica.

Tra le sue possenti mura, che in autunno comprenderanno anche nove suite in più, come anche un bar e un barbecue nel rooftop, si aggira solo personale dai modi gentili, che offre un sorriso e una parola al forestiero che vorrebbe sapere tutto sulla cultura araba e su questa magnetica e misteriosa città.

Tra comfort e luxury, il riad dal sapore d’antan tipico andaluso coccola i suoi clienti con l’immancabile e tradizionale hammam marocchino (della spa interna, dove sono tanti i rituali di benessere da provare). Il cibo, sublime, è il tocco in più che delizia i palati grazie alla maestria della cuoca Samira.

Al Riad El Amine non è difficile sentirsi un vero fassi (così si chiamano gli abitanti di Fès), almeno in cucina: basta partecipare alle cooking class, dove si imparano a fare le ricette dei piatti tipici.

 

Un’esperienza che si può ripetere anche al Palais Amani, un riad del 17esimo secolo, tra splendide suites, un rooftop panoramico e un cortile con l’immancabile fontana.

 

È al tramonto, mentre i minareti diffondono il muezzin, che si preparano prelibatezze ai fornelli con lo chef. Gli ingredienti sono tutti a km zero, acquistati poco prima durante un interessante tour al mercato della medina.

Ma la spesa è solo una delle attività dell’uscita. In realtà, è lo street food il protagonista della giornata, che si assaggia in alcune tappe già selezionate, per degustare solo il meglio del local. Come la harira, la tipica pastilla con carne di piccione; la tajine qamama a base di pollo caramellato e olive; la bessara, una zuppa di fave e aglio che si serve ovunque in tazze d’argilla e una deliziosa porzione di yogurt.

Se i turisti si rinchiudono tutti al “Clock”, il cafè della medina dove si mangia il camel bruger e si ascolta musica live la sera, sono i negozietti lungo i vicoli della medina a regalare le migliori sorprese: come le abbuffate di arrosticini e agnello alla griglia per pochi dirham, seduti nel retrobottega in un ambiente semplice ma familiare; o anche i donuts marocchini, i succhi d’arancia e di dattero, le zuppe di lumache e quelle famose di fave, cumino e pepe.

Ancora: la carne essiccata di cammello o di mucca, cotta con grasso e olio (conservata per quando in inverno non si riesce a raggiungere il mercato), e la pasticceria, a base di mandorle, miele, acqua di fiori d’arancio e cannella, usati anche per rompere il digiuno durante il Ramadan.

 

A Bab Rcif (la maestosa porta della città vecchia) si assaggia invece una buonissima ricotta di mucca e dello yogurt, insegnano i “locals”, sempre presenti a fare la fila. Strano ma vero, a Fès non mancano i ristoranti con cucina cantonese. Se ne contano almeno sei nella medina. D’altronde, i cinesi qui si incontrano facilmente, tutti presi a scattare foto durante tour organizzati ad hoc per riempire le bacheche di Instagram.

 

Facciamo una piccola digressione con questa gallery intitolata “Fèz per cat lovers”…

 

E lei, la nonnina che in questa foto è a destra, è la “mamma” di tutti i gattini di Fès: ogni giorno se ne prende cura nutrendoli (alcuni vivono con lei in casa, e passano le ore al sole sul tetto)…

 

 

Da piazza as-Seffarine, dove gli ottonai incidono vassoi, teiere ed altri oggetti in ferro, rame ed argento,  dirigendosi verso le concerie, a un certo punto si noterà un delizioso negozietto gestito da un garbato signore, elegante nei modi e affabile nello sguardo.

Qui il tè viene preparato e servito come si faceva una volta: il rituale è tradizionale e la bevanda aromatizzata con foglie di verbena, assenzio, geranio e menta (è lui il signore che mi ha presentato a tutti, o quasi. Ma come potevo dirgli che non lo avrei accompagnato?)

 

 

La passeggiata nella medina continua tra le mercerie che vendono fili e perline a chi ha già acquistato della stoffa pregiata per farsi realizzare a mano la djellaba.

Ancora: l’ebanista di piazza ElAouadine, il più vecchio della città, con la bottega che affaccia su una piazzetta che ospita un antichissimo albero e un bazar improvvisato dell’usato; la fontana vicino a Al Qaraouyine, dove si lavano i tessuti che sono stati tinti; le profumerie, con le essenze di rosa (per il viso), e di gelsomino e fiori d’arancio per le braccia; i forni pubblici, dove si paga per cuocere il pane; e le botteghe con le corone, le cinture e gli abiti da sposa (durante la cerimonia si cambia vestito sette volte, perché altrettante sono le porte di accesso al Cielo).

 

Fermarsi per condividere un tè alla menta al “Dar Ibn Khaldoun”, la cooperativa dei tappeti vicina alla strada più stretta della città, è il modo per apprendere dal gentile proprietario tutti i segreti di questa arte: realizzati a mano da 1300 donne fassi, questi manufatti (160mila nodi per metro quadrato) vengono usati da una parte in inverno e dall’altra in estate.

Qui, è possibile ammirarne tutte le tipologie, dai kilim berberi a quelli di lana, di cachemire e seta. Con 360mila doppi nodi al metro quadrato, questi ultimi cambiano colore a seconda della posizione in cui ci si ritrova a guardarli e hanno un costo di circa 24000 dirham (2400 euro).

La cooperativa di telai, invece, lavora i tessuti vicino al mausoleo di Sheikh Sidi Ahmed Tijani Sufi. Con le attrezzature di un tempo, vengono ancora oggi create coperte, sciarpe e borse, con seta d’agave, lana e cotone. Nei negozi di arredi per la casa, invece, pazienti donne ricamano con il tombolo tovaglie, tovaglioli e copricuscini, tutti di un bianco impeccabile (grazie al bagno nell’acqua con il cloro). Infine, è la farmacia berbera l’emporio da raggiungere, per fare incetta di olio d’argan.

 

Ammirare dall’alto Fès El Bali è la prima cosa che si propone a chi è appena arrivato a Fès. Il punto panoramico migliore è il cimitero musulmano ai margini della città, inaccessibile però a chi non crede in Allah.

 

Ma la vista è incredibile anche dalle Tombe Merinidi, oggi ruderi di quella che un tempo era una necropoli reale su una collinetta.

Il tour più classico propone tappe imprescindibili per apprezzare le bellezze di questa antica capitale imperiale: si parte con l’impressionante moschea Quarouiyine, fondata da Fatima El Fihria a metà del IX secolo, rinomata per ospitare l’università più antica del mondo (tanto che la città viene chiamata “Atene d’Africa”), oltre a un osservatorio astronomico.

Si procede poi con la madrasa Attarine, una delle meraviglie di Fès e capolavoro di estrema raffinatezza, con il marmo scolpito e inciso con caratteri eleganti, gli archi in legno intarsiato, i raffinati mosaici e gli arabeschi.

 

 

Si continua con la visita alle concerie del XIV secolo Chouwara, le più grandi dell’Africa: qui, nei pozzi di vari colori che ricordano le tavolozze dei pittori, vengono trattate le pelli per la produzione artigianale del cuoio di agnello, di bovino o di capra.

 

 

Impossibile, nella medina, non ritrovarsi a un certo punto nei cortili di antichi caravanserragli (fondouk in arabo), dove i commercianti facevano affari e trovavano riparo per la notte insieme ai loro animali (una sorta di primi hotel pet friendly?).

 

O davanti alla paziente maestria di artigiani che lavorano l’ottone, le pelli, la ceramica o l’ebano. Come in questi cooperativa fuori dalla medina.

 

Ma Fès è anche “città bianca”, con il suo mellah (il quartiere ebraico) del XIII secolo, e il Palazzo Reale, inaccessibile, ma meritevole di una tappa per ammirare, dalla sua vasta piazza le possenti porte magistralmente decorate. Al suo interno, nella residenza che risale al 1300, sono presenti (ma non visitabili) una moschea, una scuola coranica, un’armeria, degli eleganti giardini e un campo da golf, sport prediletto da Re Hassan II.

È curioso sapere che proprio qui, nella riqualificata piazza degli Alawiti, fu celebrato il primo royal wedding di Fès: era il 1994 e la principessa Lalla Meryem (figlia del sovrano) condivise la cerimonia nuziale con 200 coppie di sposi novelli (di tutte le classi sociali) provenienti da ogni parte del Regno.

 

Il Mellah si sviluppa proprio sul fianco destro del Palazzo. Il nome, che deriva da sale, la merce con cui venivano pagati gli ebrei per realizzare le monete d’oro per la casa reale, fu fondato dopo il XVI secolo dal sultano per proteggere la comunità religiosa. Il quartiere è attraversato dalla Grande Strada, un’arteria molto animata dove si susseguono diverse gioiellerie. Le case qui – diversamente da quelle arabe – hanno le finestre orientate verso l’esterno, come i balconi, realizzati in legno e ferro battuto.

La sinagoga Ibn Da-an del XVII secolo è un capolavoro del patrimonio architettonico giudeo-marocchino, e vale la pena entrare a visitarla. Il luogo sacro, restaurato nel 1998 grazie anche a American Express, conserva la stanza del Mehwa per la purificazione e una torah antichissima.

 

Prima di andare via, salite sul tetto e fatevi scattare un foto, o due al massimo, magari così…

 

 

Il cimitero ebraico di Fès è un sito molto importante come meta di pellegrinaggio: qui si visitano le tombe di Rabbi Yeouda ben-Atar (1655-1733) e di Solika Hatuel the Righteous, decapitata a 17 anni, nel 1834, perché non volle rinunciare alla fede ebraica e convertirsi all’Islam.

 

Nel Mellah, si può ammirare infine la farmacia più antica di Fès, risalente al 1950, e un insolito palazzo andaluso: gli ebrei infatti arrivarono qui dalla Spagna insieme ai mori, di religione musulmana (non graditi dalla cattolicissima Corona ispanica).

 

LE GITE FUORIPORTA

Quando sarete a Fès, vi suggerisco di andare a Volubilis per le rovine romane; a Meknès, altra capitale imperiale, per le antiche scuderie e per la medina, che personalmente ho visitato il venerdì, il giorno in cui tutto si ferma (considero una fortuna averla potuto attraversare svuotata di presenze, suoni, odori, colori); la città blu di Chefchaouen, tutta da fotografare e postare su Instagram; le città berbere con i mercati sulla strada per Ifrane; e questa stessa, bellissima località di montagna lungo la via dei Cedri, dove ci si immerge in una grande foresta dove le aree picnic sono alla marocchina…

 

Sabrina Quartieri
sabrina.quartieri@gmail.com

BiBi gira il mondo!

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